SERENITA’ DEL VERO FRATE MINORE
1639 83. Un'altra volta, avvicinandosi il Capitolo
che si sarebbe svolto presso la chiesa della Porziuncola,
Francesco confidò al suo compagno: «Non mi considero
un frate minore, se non ho le disposizioni d'animo che sto
per dirti». E seguitò: «Ecco i frati in
gran devozione e venerazione venire a me, invitandomi alla
riunione capitolare. Commosso dalle loro affettuose insistenze,
mi avvio assieme ad essi. Convocata l'assemblea, mi pregano
di annunziare loro la parola di Dio. Mi alzo e predico secondo
l'ispirazione dello Spirito Santo.
Finisco il sermone. Supponiamo che allora, dopo averci pensato,
concludano dicendomi: "Non vogliamo che tu regni sopra
di noi, perché non sai parlare, sei troppo semplice,
ci vergogniamo di avere a capo una persona così incolta
e incapace. D'ora in avanti, non avere la pretesa di chiamarti
nostro prelato!". E così dicendo, mi cacciano,
vilipendendomi.
Ebbene, non potrei considerarmi vero frate minore, se non
resto ugualmente sereno quando mi vilipendono e ignominiosamente
mi cacciano via, rifiutandosi di avermi a prelato, come quando
mi onorano e venerano, purché in entrambi i casi il
loro vantaggio sia lo stesso. Se mi allieto per il loro profitto
e devozione allorché mi esaltano e onorano (mentre
la mia anima corre pericolo di vana gloria), ancor più
mi si addice gioire ed esultare del profitto spirituale e
della salvezza della mia anima, allorché mi vituperano
cacciandomi via in maniera umiliante: qui infatti c'è
sicuro guadagno per l'anima».